giovedì 13 febbraio 2014

CAPITOLI. Sulla servitù moderna. I. II. III.

Sulla servitù moderna.
DE LA SERVITUDE MODERNE, Jean-François Brient





Capitolo I: Epigrafe
“Il mio ottimismo si basa sulla certezza che questa civiltà sta per crollare.
Il mio pessimismo su tutto quello che fa per trascinarci nel suo vortice.”








Capitolo II: La servitù volontaria

“Che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi”.


William Shakespeare


  La servitù moderna è una servitù volontaria, consentita dalla massa degli schiavi che strisciano sulla superficie terrestre. Comprano liberamente tutti i prodotti che li asservono ogni giorno di più. Si aggrappano spontaneamente ad un lavoro sempre più alienante, generosamente concesso soltanto se “fanno i bravi”. Scelgono loro stessi i padroni che dovranno servire. Perché questa assurda  tragedia sia potuta accadere, prima di tutto è stato necessario sottrarre ai membri di questa classe ogni consapevolezza del proprio sfruttamento e della propria alienazione.

   Questa è la strana modernità della nostra epoca. Contrariamente agli schiavi dell’antichità, ai servi del Medioevo o agli operai delle prime rivoluzioni industriali, oggi siamo di fronte ad una classe totalmente asservita ma che non sa di esserlo, anzi, che non vuole saperlo.
 Ignorano quindi la ribellione, che dovrebbe essere l’unica reazione legittima degli oppressi. Accettano senza fiatare la vita pietosa che è stata decisa per loro. La rinuncia e la rassegnazione sono le cause della loro disgrazia.
  Questo è il brutto sogno degli schiavi moderni che non chiedono, in definitiva, che di lasciarsi andare nella danza macabra del sistema dell’alienazione.


 L’oppressione si modernizza estendendo ovunque forme di mistificazione che consentono di occultare la nostra condizione di schiavi.

 Mostrare la realtà così com’è veramente, e non come viene presentata dal potere, costituisce la sovversione più autentica. 

 Solo la verità è rivoluzionaria.


Capitolo III: La pianificazione del territorio e l’ambiente 


“L’urbanistica è la presa di possesso dell’ambiente naturale e umano da parte del 
capitalismo che, sviluppandosi logicamente come dominazione assoluta, può e deve ora 
rifare la totalità dello spazio a propria immagine”. 

La Società dello Spettacolo, Guy Debord. 


Man mano che costruiscono il loro mondo con la forza del loro lavoro alienato,
l’ambiente circostante diventa la prigione nella quale devono vivere.
Un mondo squallido, 
senza odore né sapore, un mondo che porta in sé la miseria del modo di produzione 
dominante. 
Questo scenario è in perpetua costruzione.

Niente è stabile.

Il rifacimento permanente
dello spazio circostante trova la propria giustificazione nell’amnesia generalizzata e 
nell’insicurezza nelle quali devono vivere gli abitanti.
Si tratta di rifare tutto ad immagine del
sistema: il mondo diventa sempre più sporco e rumoroso, come una fabbrica.

Ogni frammento di questo mondo è proprietà di uno Stato o di un privato. Questo furto
sociale che è l’appropriazione esclusiva del suolo si materializza nell’onnipresenza dei muri, 
delle sbarre, delle recinzioni, dei cancelli e delle frontiere... sono il segno tangibile di questa
separazione che invade tutto.

 Ma parallelamente, l’unificazione dello spazio secondo gli interessi della cultura
mercantile è il grande obiettivo di questa triste epoca. Il mondo deve diventare un’immensa 
autostrada, razionalizzata all’estremo, per facilitare il trasporto delle merci.
Ogni ostacolo, 
naturale o umano, deve essere rimosso. 
 Gli insediamenti nei quali si ammucchia questa massa servile somigliano alla loro
vita: sembrano delle gabbie, delle prigioni, delle caverne.

Ma contrariamente agli schiavi o ai 
prigionieri, gli oppressi moderni devono pagare la loro gabbia.

 “Perché non è l’uomo ma il mondo che è diventato anormale”.

Antonin Artaud

SEGUE......